domenica 3 agosto 2014

Risparmio sugli affitti d'oro grazie al M5S

Da " il Tempo"
Bastano quattro righe firmate dall’ufficio di presidenza della Camera per «sfrattare» 405 deputati. Loro ci hanno anche provato a puntare i piedi, a protestare per i pochi mesi di preavviso che gli hanno concesso per lasciare le stanze. Hanno accampato tante ragioni (alcune, a dirla tutta, poco fondate) per non essere «buttati fuori» ma non c’è stato niente da fare.
«L’introduzione delle nuove tecnologie ha modificato le modalità con le quali i deputati svolgono l’attività parlamentare, facendo sì che non sia più necessaria, come ritenuto in passato, l’attribuzione di un ufficio a ciascun singolo deputato». Chiaro e tondo il linguaggio dei questori: ormai gli onorevoli lavorano con l’Ipad o lo smartphone, mandano email o consultano archivi digitali, non hanno più bisogno della stanza con la scrivania, carte e penne.
Dunque Montecitorio ha deciso di utilizzare la norma proposta a suo tempo dal deputato Riccardo Fraccaro (M5S), che dava la possibilità di recedere dai contratti di affitto prima della loro scadenza.
Negli ultimi quindici anni la maggior parte degli onorevoli è stata ospitata in quattro palazzi privati nel centro storico di Roma, a due passi da Montecitorio. Ora sono rimasti tre, visto che uno, Palazzo Marini 1, in piazza San Silvestro, è stato riconsegnato al proprietario, Sergio Scarpellini, il 1° gennaio 2012.
Gli accordi con il costruttore romano sono stati presi molti anni fa, precisamente nel 1998 per Palazzo Marini 2, nel 1999 per Palazzo Marini 3 e nel 2000 per Palazzo Marini 4. I contratti sarebbero dovuti scadere, rispettivamente, nel 2016, 2017 e 2018. Ma Montecitorio, dopo aver incassato il parere positivo dell’ufficio legislativo, ha deciso di fare un passo indietro, sospendendo da subito gli accordi di locazione. Una decisione che spingerà l’istituzione a risparmiare 77,5 milioni di euro nei prossimi quattro anni.
Ma la «norma Fraccaro» valeva anche per gli altri enti locali. Ecco il testo approvato alcuni mesi fa: «Anche ai fini della realizzazione degli obiettivi di contenimento della spesa...le amministrazioni individuate e gli organi costituzionali nell’ambito della propria autonomia, possono comunicare, entro il 31 luglio 2014, il preavviso di recesso dai contratti di locazione di immobili in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Il recesso è perfezionato decorsi centottanta giorni dal preavviso, anche in deroga ad eventuali clausole che lo limitino o lo escludano». Non è un caso che la Provincia di Bolzano e altri enti ne abbiano approfittato.
Montecitorio ci ha pensato parecchio, tanto che da più parti è stato lanciato l’allarme di una possibile conclusione «all’italiana» della vicenda. Alla fine, però, il 26 giugno scorso, l’ufficio di presidenza ha deciso di tagliare i contratti. Molto ricchi, non c’è che dire, perché comprendono non soltanto la locazione dei tre edifici ma anche i servizi aggiuntivi «antincendio, di pronto intervento impiantistico e manutentivo e di resa disponibilità di attrezzature da ufficio». La società proprietaria degli immobili ha fornito alla Camera un pacchetto completo: stanze, commessi, sicurezza, mensa e tutto il resto.
Nella delibera, i questori spiegano che «corrisponde all’interesse pubblico che la Camera dei deputati eserciti la facoltà di recesso». Per diversi motivi. Tra questi: «La riduzione degli oneri per locazioni passive e per servizi accessori e aggiuntivi alle locazioni derivante dall’esercizio di detta facoltà - con un risparmio di circa 77,5 milioni di euro nel periodo dal 1° febbraio 2015 alla scadenza dei contratti - è coerente sia con la generale esigenza di contenimento della spesa pubblica sia con lo specifico indirizzo di riduzione delle spese della Camera formulato da tempo dagli organi di direzione politica di questo ramo del Parlamento e condiviso dall’Assemblea».
C’è stato qualche deputato che ha proposto di non recedere ma di rivedere i contratti di affitto, magari chiedendo una tariffa più bassa a Scarpellini, ma i questori hanno chiarito, sempre nella delibera dell’ufficio di presidenza, di aver giudicato «non percorribile l’ipotesi di intervenire, attraverso una novazione, sui vigenti contratti relativi ai Palazzi Marini 2, 3 e 4, e ciò in quanto essi rispecchiano un assetto superato dal mutamento delle esigenze funzionali dei deputati ormai strutturalmente inidoneo a consentire un effettivo, consistente e stabile contenimento degli oneri a carico della Camera».
Altri onorevoli, invece, hanno messo l’accento sul rischio che la società «Milano 90» mandi a casa tanti lavoratori. Del resto già quando la Camera decise di lasciare l’edificio in piazza San Silvestro (cioè Palazzo Marini 1) i dipendenti dovettero imbarcarsi in una lunga trattativa per tenersi lo stipendio. Anche su questo la delibera dell’ufficio di presidenza spiega: «Ai fini della individuazione dell’interesse pubblico specifico connesso alla decisione sull’esercizio della facoltà di recesso non possono avere rilievo le possibili conseguenze occupazionali, posto che la Camera dei deputati è soggetto terzo, estraneo rispetto al rapporto di lavoro tra il personale addetto ai Palazzi Marini e il datore di lavoro Milano 90 srl».
Ma i questori non se ne lavano le mani del tutto. Poche righe oltre avvertono: «Distinta, invece, è la valutazione di natura politica in merito alle suddette, possibili conseguenze occupazionali, che eventualmente potrà essere svolta, nelle sedi opportune, in una fase successiva all’esercizio di recesso». Come dire, se ce ne fosse bisogno la Camera cercherà di trovare una soluzione per salvare il posto ai dipendenti della «Milano 90» che dovessero rischiare di perdere il lavoro.
Nello specifico, Montecitorio rinuncerà a 405 stanze, assegnate ad altrettanti deputati, a tre sale conferenze e alla mensa. E, ovviamente, a tutti gli altri servizi assicurati in questi anni dai dipendenti della società di Scarpellini.
La lettera alla «Milano 90» è stata mandata pochi giorni dopo la decisione dell’ufficio di presidenza. Nel testo si precisa anche la rinuncia all’«utilizzo delle fotocopiatrici installate presso i Palazzi Marini e fornitura dei materiali di consumo delle stesse e dei fax ivi installati». La data di scadenza del contratto per la mensa è stata fissata, invece, al 30 novembre 2014. Era stata comunicata alla fine di giugno.
Ma se il percorso sembra in discesa, non è ancora detta l’ultima parola. Ovviamente Scarpellini potrebbe presentare un ricorso contro la decisione di interrompere i contratti di locazione prima della scadenza dei termini.
Non è tutto. Chissà che alcuni deputati non gli propongano di affittare i loro vecchi uffici privatamente a un prezzo di favore. Ipotesi che circola nei corridoi di Montecitorio anche se, di solito, gli onorevoli non sono mai molto entusiasti di tirare fuori soldi di tasca loro benché abbiano uno stipendio che si aggira sui 12 mila euro, considerata l’indennità di 5 mila euro netti al mese, a cui vanno aggiunti i soldi della diaria (3.500 euro al mese per pagare le spese di soggiorno a Roma, anche se ne hanno diritto, non si capisce perché, pure gli onorevoli residenti nella Capitale) e gli altri contributi (più o meno 3.700 euro) per l’attività politica. Se poi si considerano le indennità di funzione, dal capogruppo al presidente della Camera, lo stipendio lievita di alcune migliaia di euro. Un discorso a parte è quello degli ex. Tra vitalizi e spese di trasporto ci costano ancora più di duecento milioni di euro all’anno. Ma non hanno l’ufficio pagato, a meno che non siano ex presidenti della Camera. In questo caso, secondo le norme modificate due anni fa, ne hanno diritto (con tanto di segreteria) per dieci anni dopo la scadenza del loro mandato. Fino al 2012 potevano contarci per tutta la vita.
In questi ultimi anni sono stati fatti alcuni tagli (tra cui il blocco degli aumenti automatici dei compensi) ma, rispetto al costo totale di Camera e Senato (1,5 miliardi all’anno), si tratta di piccole riduzioni. Adesso le forbici colpiranno gli affitti dei palazzi che in poco più di quindici anni di locazione sono costati quasi 400 milioni di euro. Se Montecitorio avesse deciso di comprare gli immobili, invece di affittarli, ci avrebbe sicuramente guadagnato.
Alberto Di Majo

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